E’ arcinoto come la cifra identificativa di Maurizio Cattelan, classe 1960, sia la provocazione. Artistica, s’intende. Ha collezionato nel tempo diverse incursioni in quelle aree collettive che, quando sollecitate, diventano particolarmente reattive, come il suono del trapano da dentista che fa diventare adrenalinico anche un bradipo.
Se poi allo ‘scandalo’ sociale si somma quello religioso o politico, la matassa diventa avviluppata, corposa, e la risposta del pubblico ancora più intensa. Amore o odio verso le sue opere, senza mezze misure. Ma veniamo a questo specifico caso, apertosi a Varsavia il 16 novembre scorso.
HIM
Già il titolo maschera, nella sua indifferenziazione, il prodotto. Leggere questo monosillabo della lingua inglese sul catalogo di una esposizione d’arte, decisamente dice poco. Infatti, la statua veniva solitamente posta al termine di un corridoio più o meno lungo. Un corpo giovanile, se non infantile, inginocchiato. Solo chi arrivava alle sue spalle, poteva poi scoprire – con estremo sconcerto – il volto notissimo di Adolf Hitler. Effetto garantito.
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Him – Maurizio Cattelan, 2001
Ma a dar fuoco alle polveri, la recente esposizione della statua all’interno del Ghetto di Varsavia, visibile da lontano attraverso una apertura. L’opera è già nota, quindi qui bastava un richiamo, e una nuova incisiva location. Ancora una volta, l’opera suscita polemiche e dibattiti, tutti sviluppati con una rapida escalation in quest’ultimo mese.
Per il popolo ebraico [e per chi non dimentica facilmente], questo Ghetto è legato a quelle 300mila persone che lì vivevano e che morirono di fame o di malattia o furono mandate a morire nei campi di concentramento durante il regime nazista. Quindi è difficile sovrapporre un luogo così ancora dolorante con l’immagine di un dittatore che pare far mostra di pentimento e di espiazione. Ma forse tutto è solo nella mente di chi guarda, e il cortocircuito è solo culturale.
LA COLLOCAZIONE NEL GHETTO
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“È un’opera d’arte che vuole parlare del male, e delle situazioni in cui il male si nasconde dietro diverse sembianze”. Questa la dichiarazione di Michael Schudrich, rabbino capo della Polonia, preventivamente consultato sulla collocazione di ‘Him’, ma che non si è opposto, fautore convinto dell’utilità di tenere sempre e comunque in evidenza il dibattito sulla Shoah: “Ho pensato che il progetto potesse avere un forte valore educativo” (fonte: Artribune online)
QUALCHE EVIDENZA STORICA (gennaio 1943, Varsavia)
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Non dovrebbe fare proprio questo, l’arte? Porre una domanda? Approvo la scelta di piazzare Hitler nel Ghetto di Varsavia… il fatto che ci dia fastidio significa che sta funzionando – ci fa capire che avremmo dovuto provare un fastidio molto superiore nel 1943..
Come sai, Paolo, ‘del senno del poi son piene le fosse’ !
Accontentiamoci – dico io – di essere consapevoli oggi…
A presto !
mfr